Infanzia, adolescenza e tecnologia… quali collegamenti possibili?

Per celebrare i 27 anni della Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, il 18 e 19 novembre 2016 abbiamo realizzato, insieme all’arteterapeuta Dott.ssa Anna Maria Taroni, due atelier per grandi e piccini presso lo Spazio Creativo dello Shopping Center La Filanda di Faenza (RA).

Attraverso il video “I diritti del nativo digitale” del Centro Studi Erickson, con il patrocinio dell’Autorità Garante dell’Infanzia e Adolescenza, abbiamo riflettuto sul diritto ad usare tutti i sensi, sul diritto di non essere lasciati soli davanti allo schermo e ad avere amici veri nella realtà.

Stefano Franchi con i bimbi intenti a guardare il video “I diritti del nativo digitale”

I diritti raccontati ai bambini

Raccontare i diritti ai bambini è stato il primo passo del grande progetto che vede insieme due diverse figure professionali: un’arteterapeuta e un avvocato. Da questo inedito connubio nasce così il progetto “ARTETERAPIA E LEGALITÀ”, dedicato prevalentemente (ma non solo) all’ultima classe delle scuole secondarie di primo grado e alle scuole secondarie di secondo grado.

Di seguito trovate una breve intervista sull’esperienza di “lasciare giacca e cravatta”, la “divisa” tipica del legale, per entrare nel mondo dei bambini, un mondo dove servono parole semplici anche per parlare di argomenti assai complessi.

A.M. Come è stato parlare di diritti a dei bambini in età scolare e prescolare?

S. Un’esperienza davvero molto interessante. Quando sei abituato a parlare ad un pubblico adulto, con un livello culturale medio alto, tendi a non porti il problema se il tuo uditorio comprenderà tutti i vocaboli e le espressioni che andrai ad utilizzare. In un certo qual modo, parli come sei solito fare in ambito lavorativo e professionale. Quando, invece, ti devi rapportare a dei bambini per spiegare loro “cose da grandi”, allora devi sforzarti di individuare non solo il lessico adatto, ma anche la modalità più semplice, diretta ed immediata per comunicare con loro.

A.M. Perciò per parlare ai bambini della Convenzione ONU dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza hai dovuto cercare una forma ed un lessico che fossero facilmente comprensibili anche da loro?

S. Sì, proprio così. Ho dovuto anzitutto fare una cernita dei vocaboli che avrei potuto utilizzare evitando, nei limiti del possibile, di usare un linguaggio tecnico giuridico. Ogni qual volta mi sono trovato di fronte all’impossibilità di utilizzare sinonimi reperiti dal linguaggio comune, mi sono posto il problema di come spiegare ai bambini il significato di tali termini e la loro portata concreta.

A.M. Per esempio, hai usato la parola “diritti”…

S. Sì, certo, perché di questo, in fondo, si trattava, dei diritti che 196 nazioni, Italia compresa, hanno deciso di riconoscere ai minori di età, con particolare riguardo alla tutela nei confronti dello sfruttamento nel lavoro nero, nel mercato della pedopornografia e nei conflitti armati, nonché alla tutela nei confronti di alcol e stupefacenti. Basando il tutto su quattro principi cardine: a) Quello di non discriminazione (art. 2); b) quello del superiore interesse dei minori (art. 3); c) quello del diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo del bambino (art. 6) e, infine, d) quello dell’ascolto delle opinioni del minore (art. 12).

A.M. Quindi, ti sei dovuto porre il problema, anzitutto, di spiegare cosa sia un diritto…

S.  Infatti. Dopo aver chiesto ai bambini cosa sapevano al riguardo e che idea avevano in testa (ammesso che ne avessero una), ho fatto semplicemente riferimento alla definizione di diritto che possiamo trovare su un qualsiasi vocabolario: possibilità di fare, dire od ottenere tutto ciò che non sia vietato dalla legge. Nel far ciò, ovviamente, ho dovuto anche spiegar loro cosa sia “la legge”, facendo riferimento all’insieme delle regole che una comunità di persone che vive su di un medesimo territorio, cioè in uno stesso paese, si è dato per convivere proficuamente e in pace. Avendo più tempo a disposizione, magari, si sarebbe potuti partire addirittura dalla Costituzione italiana che, all’art. 2, sancisce che ciascuno di noi ha diritti e doveri.

Una volta compreso cosa sia un diritto, è seguita poi una discussione con i bambini su quello che loro percepivano come tale e tanti sono stati gli spunti: diritto ad avere un nome, una casa dove poter vivere, dormire, mangiare, lavarsi, ecc., diritto ad avere dei pasti e dell’acqua pulita, diritto a giocare, a riposare, ad avere cure in caso di malattia, diritto allo studio e così via.

A.M. Parlando di diritto allo studio, mi verrebbe spontaneo pensare che questo introduca anche il concetto di dovere, poiché lo studio è “il lavoro” dei bambini e ragazzi in età scolare.

S. In effetti è così. Ho cercato di far comprendere loro intuitivamente anzitutto come esistano dei limiti nell’esercizio dei diritti, che neppure dai bambini possono essere considerati alla stregua di una potestà infinita di fare qualsiasi cosa. Così, ad esempio, ci siamo concentrai per un momento sul concetto del neminem laedere, ossia del non nuocere a nessuno, facendo esempi semplici attraverso i quali i bambini hanno riconosciuto un limite nei loro “diritti/possibilità” costituito dai diritti degli altri. Mi riferisco all’esempio di “dare un calcio ad un altro bambino”: se poco prima avevamo parlato del diritto ad essere in salute, cioè a star bene, i bambini hanno potuto riconoscere che, se faccio male ad un mio amichetto, lui perderà quel diritto per mia stessa mano; dunque, da qui discende un limite/dovere di tenere un certo comportamento che sia ossequioso del rispetto altrui. Ecco introdotto il concetto di regola, prima lasciato volutamente nel generico a proposito del concetto di legge, e di dovere come forma di responsabilizzazione derivante dall’inserimento nella società.

A.M. Sì, mi pare chiaro e mi sembra che i bambini abbiano colto il messaggio sotteso: regole da osservare per vivere armoniosamente insieme nel rispetto dei reciproci ruoli, all’interno della famiglia, come della scuola materna o della scuola…

S. Esattamente. Il concetto è lo stesso: introducendolo in un ambito qualsiasi all’interno del quale il bambino interagisca, esso verrà fatto proprio e traslato in ogni altra diversa cerchia di prossimità con la quale egli abbia a che fare… o almeno dovrebbe!

A.M. Già. Per chiudere: come ti sei sentito dopo questa esperienza laboratoriale con i bambini?

S. Molto bene. È stata interessante e proficua, soprattutto perché lavorare con i bambini costringe a riflettere: se vogliamo sperare in una comunicazione proficua ed efficace, siamo noi che ci dobbiamo porre alla loro altezza, né un gradino sopra né un gradino sotto. Questo sforzo teso a rimodellare linguaggio, concetti ed organizzazione del discorso aiuta il professionista a diventare più chiaro e comprensibile anche quando parla con gli adulti. Sicuramente un’esperienza da ripetere.

A.M. Ti ringrazio.

S. Grazie a te.

“Arteterapia e Legalità” è un progetto di Anna Maria Taroni e Stefano Franchi.

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