Robotica e intelligenza artificiale: il futuro ipertecnologico è già qui. Il baluardo del biodiritto e della bioetica a difesa della persona umana.

Illustrazione di Rita Bertelli

Ormai è sempre più evidente: piaccia o non piaccia l’attuale emergenza sanitaria si sta trasformando in una occasione per modificare radicalmente e in maniera irreversibile le nostre abitudini di vita e la nostra società.

Il lavoro agile, o “smart working”, è solo la punta dell’iceberg di un processo di trasformazione sociale globale o, quantomeno, proprio dei Paesi cosiddetti civilizzati.

I segnali si trovano un po’ ovunque e non è questa la sede per ripercorrerne le dinamiche.

Basti qui dire che, in generale, è agevole rilevare la sempre più capillare introduzione della tecnologica digitale quale forma di monitoraggio, governo e controllo di ogni ambito della vita pubblica e privata.

Ma il vero punto di approdo, appare lecito ritenere, sono e saranno la robotica e l’intelligenza artificiale, coniugate dalle tecnoscienze in quel nuovo “contenitore”, restio a sottoporsi alla valutazione sociologica, antropologica, filosofica ed etica, che da più parti viene definito Trans- e Post- Umanesimo. Tali “categorie concettuali” alludono ad un nuovo Umanesimo in chiave cibernetica, che nulla ha a che vedere con quello quattrocentesco che fece da preludio alla ineguagliabile stagione del Rinascimento (specialmente italiano).

Già oggi l’intelligenza artificiale costituisce parte dello studio del Biodiritto, ovvero anch’essa trova ombra sotto la folta chioma di questa nuova branca del sapere giuridico sorta per porre delle regole, delle best practices, nonché per realizzare il contemperamento di contrapposti interessi giuridicamente rilevanti a seguito della grande rivoluzione operata negli ultimi decenni dalle c.d. tecnoscienze, in particolare nei settori della medicina, della biologia, dell’ingegneria genetica, delle biotecnologie, delle nanotecnologie, della geo- e bio-ingegneria e del digitale.

La fortissima accelerazione tecnologica e, in particolare, l’esponenziale sviluppo delle cosiddette tecnoscienze, impone sempre più una visione trasversale ed interdisciplinare, indispensabile per comprendere il mondo contemporaneo e per riuscire a discernere quando il c.d. “progresso” sia realmente funzionale al bene della persona umana e al suo pieno sviluppo1.

Enormi sono le implicazioni in molteplici ambiti del sapere, afferenti in particolare alle discipline della biologia, della bioetica, delle scienze giuridiche, della sociologia, dell’antropologia, della pedagogia, della psicologia e della metafisica.

Pensiamo alle possibilità che le nuove tecnologie schiudono all’uomo: manipolazioni genetiche, anche embrionali, creazione in vitro della vita, clonazione, gene-drive2, ibridazione uomo-macchina, etc. etc.

E chi pensa che quest’ultima frontiera sia qualcosa di futuribile di là da venire si sbaglia di grosso: anche senza mettere piede al World Economic Forum di Davos, dove di fatto si decidono i destini del modo occidentale, basta fare un po’ di ricerca sugli studi condotti da Neuralink3, società di intelligenza artificiale applicata alla medicina fondata da Elon Musk, il patron di Tesla, per capire che non si tratta di fantascienza.

A questo proposito è illuminante quanto scritto dal bioeticista Michele Aramini4: “La nostra è l’epoca che ha visto stabilirsi un legame indissolubile tra scienza e tecnica, si tratta della cosiddetta tecnoscienza con poteri titanici. Il legame è divenuto altrettanto indissolubile con le fonti di finanziamento della ricerca scientifica, quindi con lo Stato e con l’economia, con la conseguenza che vi è una interazione strettissima tra ricerca e potere. In questo contesto è del tutto ingenua l’affermazione sulla neutralità etica della scienza… [omissis].

Il punto decisivo del metodo delle tecnoscienze è l’affermazione della propria autoreferenzialità. Affermazione gravida di conseguenze metafisiche, in quanto la tecnoscienza si sente autorizzata a inventare biologicamente un uomo nuovo, come ha già inventato nuove specie di piante e di animali. Questa invenzione dell’uomo nuovo andrebbe valutata eticamente, ma la tecnoscienza ritiene non pertinente questa valutazione. In ciò sta il suo carattere alienante: trattare come tecnici problemi che sono morali. Ma ciò facendo la tecnoscienza mostra di non essere per nulla neutrale, ed esprime al suo interno una prospettiva etica e antropologica, senza dichiararla e senza sottoporsi al giudizio critico. [omissis].

La politica deve confrontarsi con la pretesa che le tecnoscienze manifestano di potersi sostituire al governo democratico della società. Infatti scienza e tecnica sembrano aver preso il sopravvento in processi che sono prettamente di natura politica.”.

Ecco, dunque, qual è il punto: la tecnoscienza tende ad autolegittimarsi per il solo fatto di costituire il nuovo, il progresso5, ciò che avanza, il “futuro ineludibile”. Poco importa, poi, se ciò che la tecnologia consente di realizzare persegua o meno il bene dell’essere umano: ciò che si può fare è bene in quanto tale, per il solo fatto di potersi realizzare e di costituire appunto “progresso” rispetto alle conoscenze precedenti. Nessun giudizio critico è ammesso, nessun vaglio ad opera delle discipline che da secoli studiano la natura umana e le condizioni che ne consentano la migliore sopravvivenza all’interno dell’ecosistema in cui è inserita. Questa autolegittimazione ed autoreferenzialità trovano ovviamente, in un clima di generale nichilismo, il supporto interessato dell’economia e della finanza e dunque, in ultima istanza, degli Stati contemporanei dominati dal neoliberismo imperante.

La tecnica, in nome dell’efficienza e della produttività, omologa, standardizza, schiaccia l’individuo negando ogni etica.

L’accelerazione tecnologica comporta urgentemente “la necessità di ridefinire il concetto di persona umana6, quella stessa per il cui pieno sviluppo la Repubblica italiana garantisce l’impegno alla creazione di condizioni favorevoli e si obbliga a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale7 che vi si frappongono. Ecco perché, muovendoci verso scenari di Trans- e Post- Umanesimo, è sempre più necessaria una profonda riflessione bioetica.

E in tutto questo il diritto che ruolo ha?

Abbiamo visto come, riprendendo Aramini, il governo democratico della società sia sempre più minacciato dal sopravvento della tecnoscienza sulla politica e, dunque, sul diritto che, attraverso la legge, è appunto emanazione di quella politica che dovrebbe rispecchiare, attraverso il meccanismo di rappresentanza parlamentare, la sovranità popolare8.

È eccessivo parlare in tali termini?

Per la verità sempre più spesso, all’interno di studi e contributi pubblicati in materia di biodiritto, è possibile rinvenire il richiamo allo stato della scienza e della tecnica cui il diritto non può far altro che adeguarsi, prendendo semplicemente atto dei traguardi e delle scoperte della tecnoscienza e ponendoli a base di partenza per le proprie riflessioni e speculazioni.

E, del resto, analoghi concetti sono rinvenibili anche nelle pronunce della Corte Costituzionale9, laddove ravvisa i limiti della discrezionalità del potere legislativo e, per ciò stesso, politico, quando si verta in materie scientifiche le cui più recenti conoscenze devono costituire il fondamento per indirizzare l’attività normativa.

Il diritto (e in specie il biodiritto), sembra invece lecito opinare, non può ridursi ad una funzione meramente ancillare delle tecnoscienze, anche se è vero che oggigiorno fatica a tenere il passo della loro continua e celere evoluzione: i principî fondanti lo stato di diritto e le guarentigie costituzionali, cardine di ogni moderna nazione sociale democratica, devono in ogni caso costituire un baluardo insormontabile, un insieme di valori non rinunciabili, dotati di una loro propria autonomia ontologica, che non possono né debbono piegarsi a logiche tecnocratiche (quelle che, nei tempi attuali caratterizzati dall’emergenza sanitaria e dai “comitati di esperti” posti al disopra degli esecutivi – e quel che è peggio dei parlamenti – vediamo attuarsi con pienezza di poteri ma con risultati pratici sovente sottoposti a critica).

È questo un tema che, in verità, prende le mosse da lontano, quando già negli anni ’70 del ‘900 Michel Focault animava il dibattito filosofico reinterpretando il concetto di “biopolitica” e introducendo quello di “biopotere”, inteso come controllo e disciplina che l’auctoritas, attraverso le proprie istituzioni, esercita non già più sulla morte come in passato (diritto di mettere a morte), bensì sulla vita delle persone, sulle condizioni della vita umana. È evidente come il pensiero del filosofo possa prestarsi ad essere attualizzato attraverso una seria riflessione sul potere che le moderne tecnologie consentono di esercitare direttamente sulla vita, sui corpi e sulle menti umane.

Dopo di lui altri hanno seminato in questo solco e intravisto, fra le luci del progresso tecnologico, le ombre dell’avanzata tecnocratica allungarsi sull’uomo e assoggettarlo al suo potere: su tutti penso, in particolare, a Stefano Rodotà, ad Umberto Galimberti e a Giorgio Agamben, pur con le loro specificità.

È dunque fondamentale che la scienza giuridica riconquisti la propria autonomia e dignità, specialmente ora, nelle società contemporanee caratterizzate da un’abnorme proliferazione legislativa che, tuttavia, sembra asservita ad esigenze ed interessi lontani e diversi rispetto a quelli della comunità, della popolazione10.

Ora, alla luce di ciò che si sta manifestando in maniera sempre più rapida ed invasiva nelle nostre vite, ormai rese totalmente dipendenti dalla rete internet e dai monitor da 5 pollici e protese verso gli innesti cerebrali di micro e nano chip, forse dovremmo davvero interrogarci seriamente e chiederci se sia realmente questa la vita che desideriamo vivere e che abbiamo scelto di vivere o se, invece, non si tratti di qualcosa di imposto passo a passo mediante la “tecnica della rana bollita” e dell’induzione psicologica del bisogno.

Forse dovremmo domandarci se ciò che subiamo non sia qualcosa che in verità non assolve al compito di realizzare il “migliore dei mondi possibili” per il genere umano, bensì a quello di consentire ad aziende multinazionali nelle mani di pochissime persone di accumulare immensi profitti e, al contempo, di assicurare, a parti pubbliche e private, il pieno controllo sulle masse.

21 settembre 2020

Stefano Franchi

1In proposito giova ricordare il testo dell’Art. 3 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

2Gene-drive, ovvero tecniche di manipolazione genetica che consentono di selezionare specifiche caratteristiche ereditarie – ad esempio la sterilità di alcune specie viventi – per far sì che si propaghino rapidamente nelle generazioni future. Gli stessi teorizzatori del gene-drive ammettono apertamente che non è dato sapere con certezza quali effetti a cascata potrebbero derivare dall’introduzione di simili modificazioni all’interno di un determinato ecosistema, ipotizzando possibili ripercussioni anche sull’essere umano. Assai acceso è il dibattito fra i ricercatori sostenitori delle tecniche ed i loro finanziatori (fra cui la Bill & Melinda Gates Foundation), da una parte, e gli oppositori, dall’altra, circa una possibile moratoria mondiale su questo tipo di sperimentazioni, come quella di editing dell’embrione con la tecnica CRISPR realizzata in Cina.

3https://www.neuralink.com/

4Aramini Michele, Introduzione alla Bioetica, Giuffrè Editore, Milano 2015, pagg. 29-33.

5Fautore delle “magnifiche sorti e progressive” delle Nazioni, secondo il pensiero del filosofo Terenzio Mamiani, cugino di Giacomo Leopardi. Insieme al poeta di Recanati, che ne fece oggetto di acuta ironia nella sua “Ginestra o il fiore del deserto”, non possiamo esimerci dall’interrogarci su tale tema, indagandone tutte le implicazioni e le possibili conseguenze anche alla luce dell’esperienza storica, specie post ottocentesca.

6Aramini Michele, Introduzione alla Bioetica, cit., pag. 30.

7Costituzione, Art. 3, co. 2: per il testo vedi supra la nota 1.

8Si riporta di seguito il significativo contenuto dell’Art. 1 della Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

9Una per tutte, la Sent. n. 282/2002, nella quale la Corte precisa che “un intervento sul merito delle scelte terapeutiche in relazione alla loro appropriatezza non potrebbe nascere da valutazioni di pura discrezionalità politica dello stesso legislatore, bensì dovrebbe prevedere l’elaborazione di indirizzi fondati sulla verifica dello stato delle conoscenze scientifiche e delle evidenze sperimentali acquisite, tramite istituzioni e organismi – di norma nazionali o sovranazionali – a ciò deputati, dato l'”essenziale rilievo” che, a questi fini, rivestono “gli organi tecnico-scientifici” (cfr. sentenza n. 185 del 1998); o comunque dovrebbe costituire il risultato di una siffatta verifica.”

10Sul punto, si veda l’imprescindibile riflessione di Carl Schmitt, nel suo La situazione della scienza giuridica europea del 1950, oggi ripubblicato da Quodlibet Ius.

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